BRUNO MOLAJOLI * L’uomo che mise in salvo l’arte di Napoli
REDAZIONE * Roma 23 Ottobre 2026
Bruno Molajoli
L’uomo che mise in salvo l’arte di Napoli
Aveva trentacinque anni e la responsabilità di proteggere uno dei patrimoni artistici più ricchi d’Europa. Tra bombardamenti, camion improvvisati e opere nascoste nei monasteri, Bruno Molajoli guidò il salvataggio delle collezioni napoletane. Poi vennero l’armistizio, le requisizioni tedesche e una città da ricostruire. La sua storia attraversa la guerra e arriva fino alla nascita del Museo di Capodimonte.
Dieci grandi dipinti di Mattia Preti devono lasciare la chiesa di San Pietro a Majella. I mezzi sono quelli che si riescono a trovare, le tele enormi, le strade troppo strette. Per far passare il carico bisogna tagliare i rami degli alberi. Napoli è sotto i bombardamenti e ogni trasporto è una corsa contro il tempo.
A organizzare quelle operazioni è Bruno Molajoli, soprintendente alle Gallerie della Campania. Quando l’Italia entra in guerra, nel giugno 1940, ha trentacinque anni. Da meno di un anno dirige la tutela di uno dei patrimoni artistici più importanti d’Europa.
È arrivato a Napoli nel luglio 1939. Nato a Fabriano, figlio di un orologiaio, ha studiato a Roma con Adolfo Venturi e Pietro Toesca. Ha vinto il concorso del 1933 per l’amministrazione delle Belle Arti, insieme ad altri giovani destinati a diventare protagonisti della cultura italiana, tra cui Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli. Dopo le esperienze a Bari, Torino e Trieste, a trentaquattro anni gli è stata affidata una responsabilità enorme.
La guerra non coglie impreparata l’amministrazione delle Belle Arti. Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione nazionale, ha predisposto un piano di protezione del patrimonio. Le soprintendenze devono scegliere le opere da salvare, individuare ricoveri e organizzare i trasferimenti. Molajoli mette in moto la macchina napoletana.
Le casse vengono preparate, i dipinti imballati, le opere più fragili protette nei sotterranei. Le altre prendono la strada dei depositi fuori città. Alla badia di Cava de’ Tirreni arrivano quasi sedicimila oggetti. È soltanto l’inizio.

Il 1° novembre 1940 Napoli subisce un bombardamento britannico. Le incursioni si susseguono. Dal dicembre 1942 diventano sempre più devastanti. Il 4 agosto 1943 Santa Chiara brucia. Le fiamme divorano la basilica e parte delle opere custodite al suo interno. Molajoli accorre. Davanti ai suoi occhi si consumano anche le sculture di Tino di Camaino.
I ricoveri si moltiplicano. Cava de’ Tirreni non basta più. Si aggiungono Montevergine e Liveri di Nola. I camion partono, arrivano, ripartono. Funzionari, custodi, restauratori e trasportatori lavorano con mezzi insufficienti. Alla fine, secondo i resoconti della Soprintendenza, le opere messe al riparo saranno 59.410, fra cui 5.180 dipinti.
Ma adesso c’è un nuovo pericolo. Nel luglio 1943 gli Alleati sbarcano in Sicilia. Il fronte risale la penisola. I depositi che sembravano sicuri rischiano di trovarsi sulla strada degli eserciti. Il 23 luglio Molajoli raggiunge Roma per avvertire il Ministero. Bisogna spostare ancora le opere più importanti.
La destinazione scelta è Montecassino e tra il 6 e l’8 settembre partono cento casse con 413 dipinti. L’abbazia sembra offrire protezione. Poi arriva l’armistizio. L’Italia si spezza, le autorità cambiano, i tedeschi occupano il territorio. Le opere sono ancora a Montecassino, ma la Soprintendenza non può più decidere della loro sorte.
I tedeschi organizzano il trasferimento verso Spoleto. Una parte delle casse viene invece sottratta e portata in Germania. Fra le opere trafugate c’è la Danae di Tiziano, finita nelle mani di Hermann Göring. Il 15 febbraio 1944 Montecassino viene distrutta dai bombardamenti alleati. Le opere trasferite non sono più lì.
Napoli, intanto, è stata liberata. Molajoli non ha perso il suo incarico. Continua a dirigere la Soprintendenza, ora in collaborazione con gli ufficiali alleati incaricati della tutela. Cambiano i comandi, cambiano gli interlocutori. Restano le opere da proteggere e i monumenti da salvare.
Per quelle portate in Germania comincia un’altra storia. Rodolfo Siviero e gli organismi alleati ne seguono le tracce. Alcune vengono ritrovate nelle miniere austriache di Altaussee e tornano in Italia nel 1947.
A Napoli, però, il lavoro è appena cominciato, le chiese sono danneggiate, i musei da riaprire, le collezioni ancora nei depositi. Molajoli percorre la città con i tecnici alleati, partecipa alla ricognizione delle distruzioni, dirige i restauri. San Martino, il Duca di Martina, il Filangieri: lentamente le raccolte ritrovano una sede e un pubblico.
Poi arriva Capodimonte.
Nel 1949 la reggia viene destinata alla Pinacoteca nazionale. Molajoli coordina la trasformazione con l’architetto Ezio De Felice e gli storici dell’arte Raffaello Causa e Ferdinando Bologna. Si progettano sale, laboratori di restauro, servizi fotografici. I dipinti tornano sulle pareti, le collezioni acquistano un nuovo ordine.
Nel 1957 il museo apre al pubblico. La guerra sembra lontana, ma molte delle opere esposte sono passate attraverso quegli anni di casse, camion e ricoveri.

Nel 1960 Molajoli lascia Napoli per diventare direttore generale delle Antichità e Belle Arti. Continuerà a occuparsi della tutela del patrimonio italiano, anche dopo l’alluvione di Firenze del 1966.
Aveva trentacinque anni quando cominciò a mettere al riparo le opere di Napoli. Quando le restituì alla città, la guerra era finita, ma non il suo lavoro. Salvare un patrimonio significava anche trovare il modo di consegnarlo al futuro.
Note
- Il piano ministeriale. Giuseppe Bottai affrontò pubblicamente la protezione delle opere in tempo di guerra già nel 1938, attraverso il Bollettino d’Arte. Le misure furono sviluppate mediante disposizioni ministeriali e applicate dalle soprintendenze.
- Le opere salvate. Il dato di 59.410 beni ricoverati, comprendenti 5.180 dipinti, proviene dai resoconti della Soprintendenza e dagli scritti di Molajoli.
- Montecassino. Il trasferimento delle opere campane fu deciso prima dell’armistizio. Le successive movimentazioni tedesche avvennero fuori dal controllo della Soprintendenza napoletana.
- La continuità dell’incarico. Molajoli rimase soprintendente alle Gallerie della Campania fino al 1960. Dopo la liberazione di Napoli collaborò con la Monuments and Fine Arts Sub-Commission alleata.
- Capodimonte. Il nuovo museo fu inaugurato nel 1957. La sua realizzazione coinvolse Molajoli, Ezio De Felice, Raffaello Causa e Ferdinando Bologna.
Per saperne di più
- Bruno Molajoli, Musei ed opere d’arte di Napoli attraverso la guerra, 1949.
- Bruno Molajoli, Per i monumenti d’arte danneggiati dalla guerra nella Campania, 1944.
- Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Bruno Molajoli», Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Treccani.
- Ilaria Coccólo, studi sul recupero delle opere d’arte durante e dopo la Seconda guerra mondiale, Studi di Memofonte, 2019.
- National Archives and Records Administration, documentazione sui Monuments, Fine Arts and Archives e sull’Art Looting Investigation Unit.
IN APERTURA Bruegel Pieter Bruegel il Vecchio, La parabola dei ciechi, 1568, tempera su tela. Napoli, Museo e Real Bosco di Capodimonte. Immagine: Wikimedia Commons.
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