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DIARIO – ARTE E CULTURA

IL VALORE INVISIBILE DELL’ARTE

Roma, 23 Ottobre 2026

 

IL VALORE INVISIBILE

A cura di Alberto Magni

 

L’arte di sentirsi al sicuro

 Stiamo diventando più insicuri o semplicemente più attenti a ciò che rischiamo di perdere?

Negli ultimi mesi sembra che, per sottrarre qualcosa di prezioso, non sia più necessario scegliere tra un museo e una cassaforte. Si può puntare su un Renoir, un Cézanne o un Matisse. Oppure, con una certa predilezione per i piaceri della vita, su trentamila bottiglie di vino. Nel frattempo, a Firenze, ci si è preoccupati per l’acqua arrivata troppo vicino al Bacco di Caravaggio.

Ladri, pioggia e altri imprevisti sembrano essersi messi d’accordo per ricordarci una cosa: il patrimonio è prezioso, ma non è invulnerabile.

La domanda, allora, è inevitabile: stiamo diventando più insicuri o semplicemente più attenti a ciò che rischiamo di perdere?

Il furto dei dipinti di Renoir, Cézanne e Matisse dalla Fondazione Magnani-Rocca, avvenuto nel marzo scorso e conclusosi ad agosto con il recupero delle opere, ha avuto una risonanza internazionale. Pochi giorni dopo, un altro colpo ha coinvolto il Museo regionale di Messina, con opere di Antonello da Messina sottratte e altre abbandonate durante la fuga. A ottobre, il furto di trentamila bottiglie dalle cantine Antinori ha aggiunto alla cronaca un bottino decisamente insolito per dimensioni e valore. E a settembre, agli Uffizi, è bastata un’infiltrazione d’acqua a trasformare una giornata di pioggia in un momento di apprensione per alcuni dipinti, compreso il Bacco di Caravaggio, fortunatamente rimasto indenne.

Quattro episodi diversi, accomunati dalla sensazione che qualcosa che credevamo protetto possa rivelarsi improvvisamente vulnerabile.

Ma è davvero così? Stiamo assistendo a un aumento dei rischi oppure è cambiato il modo in cui li percepiamo?

I numeri, almeno per quanto riguarda i furti di beni culturali registrati dai Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale, suggeriscono prudenza. Nel 2023 i furti erano scesi da 333 a 267 rispetto all’anno precedente; nel 2024 sono risaliti a 274. Un incremento contenuto, che non autorizza a parlare di un’esplosione generalizzata della criminalità, pur senza escludere criticità specifiche e fenomeni meritevoli di attenzione.

La cronaca, però, segue logiche diverse dalla statistica. Un furto spettacolare, un’opera celebre sottratta in pochi minuti o l’immagine dell’acqua che lambisce un capolavoro hanno una forza comunicativa enorme. Attraversano i confini, conquistano le prime pagine e alimentano una sensazione di emergenza che può essere più intensa della tendenza suggerita dai dati.

Eppure sarebbe un errore liquidare tutto come un semplice effetto mediatico. Se oggi parliamo più spesso di questi episodi, forse è anche perché siamo diventati più consapevoli del valore di ciò che rischiamo di perdere.

C’è poi un aspetto che merita di essere sottolineato. Quando parliamo di protezione del patrimonio, pensiamo quasi istintivamente ai ladri, agli allarmi e alle telecamere. Il caso degli Uffizi ci ricorda invece che il pericolo non ha necessariamente un volto, né un’intenzione criminale. Può arrivare dall’acqua, da un incendio, da un guasto tecnico, da un trasporto organizzato male o da una procedura insufficiente.

Un’opera può sopravvivere per secoli e subire un danno irreversibile in pochi istanti. E non sempre esiste un responsabile al quale attribuire una colpa, né un risarcimento capace di restituire ciò che è andato perduto.

È qui che entra in gioco una distinzione che, per chi si occupa professionalmente di assicurare opere d’arte, è quasi un’ovvietà, ma che non sempre è altrettanto evidente per tutti gli altri. C’è una battuta che ripeto spesso: «Un’opera si danneggia anche se è assicurata».

Sembra un paradosso, e in fondo lo è. Siamo abituati a pensare all’assicurazione come a una protezione, ma nessuna polizza può impedire a un ladro di entrare, a un tubo di rompersi o a un’opera di cadere durante un trasporto. E soprattutto, nessun risarcimento può restituire integralmente ciò che un capolavoro rappresenta.

Laboratorio di restauro: la conservazione delle opere d’arte richiede competenze, attenzione e interventi specialistici. Immagine illustrativa realizzata con intelligenza artificiale. Orchestratore Eko.

L’assicurazione è uno strumento fondamentale, ma non sostituisce la prevenzione. Servono conoscenza dei beni, valutazione delle vulnerabilità, manutenzione, procedure adeguate e persone preparate a riconoscere e gestire i rischi. La prevenzione è un lavoro spesso invisibile, proprio perché il suo successo consiste nel far sì che non accada nulla.

Forse, allora, la buona notizia non è che il patrimonio sia diventato più sicuro, né che i rischi siano necessariamente aumentati. È che stiamo imparando a guardarli con maggiore attenzione.

Perché proteggere il patrimonio significa prima di tutto riconoscerne il valore, anche quando non occupa le prime pagine dei giornali. E capire che la sicurezza non è la promessa che nulla accadrà, ma il lavoro quotidiano che facciamo perché, quando qualcosa accade, il danno sia meno probabile, meno grave e, quando possibile, reversibile.

In fondo, possiamo assicurare un Renoir, proteggere una cantina e installare sofisticati sistemi di allarme. Ma non possiamo assicurare il passato, né comprare una seconda possibilità per ciò che abbiamo perduto. E questa, per chi lavora nel mondo della protezione dei beni, è forse la lezione più importante: la migliore gestione del rischio è quella che ci evita di dover scoprire quanto costa un danno. E davanti a un buon vino scomparso, come davanti a un capolavoro danneggiato, potrebbe persino venirci il dubbio che qualcuno abbia brindato al posto nostro.

IN APERTURA     Michelangelo Merisi detto Caravaggio, Bacco, 1596–1598 circa, olio su tela, Gallerie degli Uffizi, Firenze. Fotografia: Larry Lamsa / Wikimedia Commons, CC BY 2.0.

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