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DIARIO – ARTE E CULTURA

LE DONNE DELL’ARTE Simona Weller

FS Flatter  *  Roma, 9 Ottobre 2026

 

Simona Weller.

Quando le parole diventano pittura

 

Mare, erba, alba. Tre parole semplici, di quelle che un bambino impara a scrivere sui primi quaderni. Simona Weller le ripete sulla tela, le avvicina, le sovrappone, le accompagna con il colore. A poco a poco le lettere costruiscono trame, ritmi, superfici. Il mare continua a essere il mare, ma intanto prende forma un paesaggio che vive anche attraverso la pittura. La parola conserva il suo significato e ne acquista altri, affidati agli occhi di chi guarda.

È una delle intuizioni più interessanti di un’artista che ha attraversato oltre sessant’anni di storia italiana, incontrandone alcuni protagonisti e partecipando a una stagione culturale di straordinaria vitalità. Nata a Roma nel 1940, Weller si forma con Leoncillo Leonardi, Ferruccio Ferrazzi e Mario Mafai. Nel 1959 una borsa di studio dell’UNESCO la porta a Bangkok; seguono soggiorni in Egitto e in Spagna. Quando torna nella capitale, trova una città attraversata da nuove energie: gli artisti dell’Informale dialogano con i giovani di Piazza del Popolo, le gallerie diventano luoghi di incontro, critici, scrittori e pittori condividono conversazioni, amicizie e progetti.

Weller frequenta quell’ambiente e vi intreccia relazioni importanti. Fra queste, quella con il poeta e critico Cesare Vivaldi, che diventerà il suo compagno. Eppure nel 1964, proprio mentre Roma è uno dei centri più vivaci dell’arte italiana, sceglie di trasferirsi nella campagna umbra per dedicarsi alla pittura. Lontana dalla città continua a sperimentare materiali e forme, seguendo una ricerca che la porterà a sviluppare un linguaggio personale. Quando rientra a Roma nel 1970, il mondo artistico è cambiato e anche la sua pittura sta per trovare una nuova direzione.

Simona Weller, Carnevale per tutti, 1971. Tecnica mista su tela, cm 60 × 130. Courtesy Galleria Erica Ravenna. Fotografia Giorgio Benni.

Sono i quaderni scolastici dei figli ad attirare la sua attenzione. Quelle lettere ancora incerte, i pensierini e le parole ripetute negli esercizi diventano materia pittorica. La scrittura entra nella composizione, il segno acquista consistenza, la ripetizione genera movimento. Le parole conservano qualcosa della loro origine quotidiana, ma sulla tela costruiscono un mondo autonomo. Nel 1973 Weller partecipa alla X Quadriennale di Roma, mentre la sperimentazione verbo-visiva italiana apre nuove possibilità al rapporto fra parola e immagine.

L’origine di questa ricerca è legata a un’esperienza familiare, ma il risultato appartiene alla pittura. Il colore, la composizione e il ritmo dei segni acquistano una vita propria. La maternità ha offerto a Weller un’occasione di scoperta; il suo lavoro l’ha trasformata in un linguaggio artistico. È una distinzione che attraversa anche gli anni successivi, quando l’artista partecipa al movimento femminista e comincia a interrogarsi sulla presenza delle donne nella storia dell’arte.

Le pittrici italiane del Novecento sono numerose, eppure molte sembrano scomparse dai racconti storici. Weller decide di cercarle, consultando archivi, rintracciando indirizzi, raccogliendo testimonianze e ricostruendo percorsi dimenticati. Nel 1976 pubblica Il complesso di Michelangelo, un’indagine dedicata a centinaia di artiste italiane. L’anno successivo la Galleria Giulia di Roma ospita una grande mostra legata al libro. È un lavoro che restituisce nomi e vicende alla storia dell’arte, ma permette anche di intravedere il mondo di relazioni, occasioni e riconoscimenti nel quale quelle donne avevano vissuto e lavorato.

Weller frequenta Carla Accardi, partecipa a Rivolta Femminile e ad altre esperienze associative. La ricerca storica si affianca alla pittura, mentre il suo lavoro continua a muoversi fra parola e immagine. Nel 1978 Mirella Bentivoglio la invita alla Biennale di Venezia per Materializzazione del linguaggio, una mostra che riunisce artiste impegnate nella sperimentazione verbo-visiva. È un momento importante, nel quale la ricerca personale di Weller incontra una stagione internazionale di grande interesse per il linguaggio

Simona Weller Faccio rotta su, 1981, inchiostro e collage su cartoncino, cm 50×50 Courtesy Galleria Erica Ravenna. Fotografia Giorgio Benni.

Gli anni successivi vedono cambiare profondamente il mondo dell’arte. Si trasformano le gallerie, gli orientamenti della critica e gli interessi dei collezionisti. Weller continua a lavorare, attraversando pittura, collage, scrittura e ceramica, mentre il suo percorso mantiene una riconoscibilità che non sempre trova una corrispondente continuità nel mercato. La sua indipendenza, rivendicata anche nelle scelte professionali, accompagna una ricerca che prosegue attraverso materiali e forme differenti

Simona Weller, Pagine di mare, 2006. Ceramica, cm 39 × 28 × 25. Courtesy Galleria Erica Ravenna. Fotografia Giorgio Benni.

Negli ultimi anni l’attenzione verso la sua opera torna a crescere. Nel 2018 partecipa a Magma all’Istituto Centrale per la Grafica, nel 2019 a Il soggetto imprevisto ai Frigoriferi Milanesi. Nel 2023 la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea presenta Diario al muro, mentre la Galleria Erica Ravenna le dedica Frammenti di un discorso sul metodo. Sono occasioni che riportano la sua pittura all’attenzione del pubblico, in un momento in cui musei e studiosi stanno rileggendo il contributo delle artiste italiane del secondo Novecento.

È un movimento della storia che Weller conosce bene. Quasi cinquant’anni prima, con Il complesso di Michelangelo, aveva contribuito a riportare alla luce le vicende di donne che il tempo aveva lasciato ai margini. Oggi la sua stessa opera viene osservata attraverso uno sguardo rinnovato, mentre le parole che popolano le tele continuano a intrecciarsi con il colore.

Mare, erba, alba. Sono ancora parole familiari, ma sulla tela diventano qualcosa che si può guardare, seguire, percorrere. Il mondo dell’arte è cambiato più volte, così come le sue regole e i suoi protagonisti. Weller ha continuato a cercare, conservando un rapporto personale con la pittura e con la propria libertà.

Oggi vive e lavora a Calcata, piccolo borgo della Tuscia, non lontano da Roma. Un luogo raccolto, lontano dal movimento della capitale, dove la sua ricerca continua. Come molti anni prima nella campagna umbra, la distanza dalla città accompagna ancora il lavoro di un’artista che ha conosciuto da vicino il mondo dell’arte, senza rinunciare a scegliere la propria strada

Note

  1. La formazione. Per i primi anni di Simona Weller, i soggiorni all’estero e i rapporti con i maestri, si vedano i materiali biografici dell’artista e la documentazione della Galleria Erica Ravenna.
  2. La pittura-scrittura. Federica Di Castro, in un testo critico del 1972, affronta il rapporto fra lettere, colore e suono nell’opera di Weller. Una dichiarazione dell’artista del maggio 1973 collega parole come erba, mare e grano alla memoria pittorica di Seurat, Monet e Van Gogh.
  3. Il complesso di Michelangelo. Simona Weller, Il complesso di Michelangelo, 1976. Per la ricostruzione storica della ricerca si vedano gli studi di Laura Iamurri sulle artiste italiane e il femminismo degli anni Settanta.
  4. La Biennale del 1978. Materializzazione del linguaggio, a cura di Mirella Bentivoglio, XXXVIII Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, 1978.
  5. Le mostre recenti. Per Diario al muro e Frammenti di un discorso sul metodo, si vedano rispettivamente i materiali della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e della Galleria Erica Ravenna, 2023.

Per saperne di più

  1. Simona Weller, Il complesso di Michelangelo, 1976.
  2. Simona Weller, Ritratto di Angelica, 1998.
  3. Galleria Erica Ravenna, materiali e cataloghi dedicati a Simona Weller, in particolare Frammenti di un discorso sul metodo, 2023.
  4. Lucy R. Lippard, From the Center: Feminist Essays on Women’s Art, 1976.
  5. Whitney Chadwick, Women, Art, and Society, Thames & Hudson, 1990 e successive edizioni.

 

IN APERTURA –Simona Weller, Un tempo senza dune, 1975. Tecnica mista su tela, cm 90 × 186. Courtesy Galleria Erica Ravenna. Fotografia Giorgio Benni

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