SOLE NERO * Quando il petrolio entra nell’arte
Redazione * Roma 9 Ottobre 2026
SOLE NERO
Quando il petrolio entra nell’arte
Dalle terrazze di Villa Medici Roma sembra quasi immobile. Eppure sotto cupole, palazzi e strade si sono succeduti mondi diversi, mentre altri stanno già prendendo forma. Sole nero parte dal petrolio per seguire uno dei grandi movimenti della modernità. E finisce per mostrare qualcosa di ancora più difficile da vedere: le relazioni che trasformano una materia in parte di un mondo.
Da Villa Medici Roma si guarda dall’alto. Sotto, la scalinata di Trinità dei Monti scende verso una città sulla quale il tempo ha lasciato strati diversi. Cupole, palazzi e strade appartengono a mondi nati, cresciuti e in parte scomparsi; altri continuano a vivere cambiando forma. E mentre li guardiamo qualcosa sta già cominciando altrove. Relazioni, linguaggi e abitudini si incontrano senza avere ancora un nome. A volte basta un movimento appena percettibile per capire che l’aria sta cambiando.
Sole nero. Petrolio e arte contemporanea parte da qualcosa che per sua natura rimane nascosto. Il petrolio viene dal sottosuolo, ma da più di un secolo scorre dentro la vita degli uomini. Ha cambiato città e paesaggi, accorciato distanze, prodotto ricchezza e conflitti, fino a entrare negli oggetti e nelle immagini.
Morad Montazami studia da anni queste circolazioni. Con Madeleine de Colnet e Caroline Courrioux le raccoglie intorno alla petromodernità, seguendo il petrolio molto oltre il momento dell’estrazione. Sono le opere, una dopo l’altra, a mostrarne la portata.
In Human Energy di Jessica Segall i territori dell’estrazione americana incontrano i bagni nel greggio dell’Azerbaigian e il corpo entra direttamente nella storia dell’energia. Zina Saro-Wiwa, con Karikpo Pipeline, porta invece una pratica rituale Ogoni nei luoghi del Niger Delta segnati da oleodotti, pozzi e terre contaminate. Il rito continua mentre intorno il paesaggio è cambiato.
Con Jala Wahid il percorso si allarga. Intorno allo storico giacimento di Baba Gurgur affiorano la presenza britannica, l’identità curda, gli archivi e la memoria di un territorio. Il petrolio è ancora ben visibile, ma insieme a lui comincia a muoversi la storia dei luoghi che attraversa.

Le forme iridescenti di Monira Al Qadiri riprendono le grandi punte delle trivelle, mentre i loro riflessi ricordano le perle che precedettero il greggio nell’economia del Kuwait. Una materia ne ha sostituita un’altra e con essa sono cambiati il lavoro, la ricchezza, il paesaggio e la memoria. Il petrolio rimane al centro, ma intorno comincia ad apparire un mondo.
Con Ed Ruscha il legame si fa meno evidente. Le sue stazioni di servizio nascono dalla Route 66, dai viaggi tra Oklahoma e California, dall’automobile e dal paesaggio quotidiano americano. Ruscha non pensava alla petromodernità, eppure quelle highway e quei distributori appartenevano già a una civiltà che il petrolio contribuiva a disegnare.
Anche Alberto Burri cercava altro. Le plastiche entrano nel suo lavoro mentre il nuovo universo petrolchimico cambia l’Italia del boom, ma il suo sguardo è sulla materia, sul fuoco, sulla trasformazione. Dentro quelle superfici rimane anche la storia del materiale di cui sono fatte.
Ruscha e Burri aprono così uno spazio inatteso. Le opere sembrano trattenere qualcosa del mondo nel quale sono nate, anche quando l’artista guarda altrove. Una stazione di servizio porta con sé l’automobile, la strada e una nuova idea della distanza; una plastica bruciata arriva da un’industria che sta cambiando oggetti e comportamenti.
Il petrolio ha intanto continuato il suo viaggio. Dal giacimento alla raffineria, dalle compagnie alle città, ha messo in movimento tecnologie e capitali e accompagnato nuove abitudini. Un percorso che, pur dentro un mondo completamente diverso, ne ricorda uno molto più antico.
Nel Medioevo anche l’oro poteva partire da una miniera, percorrere grandi rotte commerciali, passare nelle mani dei mercanti e diventare moneta. Quella ricchezza raggiungeva poteri e committenze, entrava nelle botteghe e talvolta tornava materia, stesa in una foglia sottilissima sopra una tavola o un reliquiario.
Petrolio e oro appartengono a epoche lontanissime. Ad avvicinarli non è la materia, ma il movimento: entrambi, viaggiando, hanno messo in contatto luoghi, uomini, ricchezza, potere, tecniche e arte. Intorno a quei passaggi le relazioni si moltiplicano, cambiano direzione, tornano indietro. Ciò che viene trasformato comincia a sua volta a trasformare.
Quasi senza accorgercene, davanti alle opere di Sole nero il petrolio ha smesso di essere solo. Intorno sono comparsi territori e industrie, governi e mercati, tecnologie, comportamenti, artisti e musei. Ognuno agisce sugli altri e da quelle relazioni prende forma qualcosa che nessuno di loro, isolatamente, potrebbe produrre.
Un ecosistema.
La petromodernità di Montazami permette così di seguire uno dei grandi flussi della modernità. Il petrolio rimane un nodo formidabile, mentre intorno uomini, tecniche, poteri e immagini si muovono e si trasformano reciprocamente. Il centro non scompare: smette semplicemente di essere solo.
Uscendo dalle sale, Roma è ancora sotto Villa Medici. Nella città sono sedimentati mondi che hanno avuto i loro centri, le loro ricchezze, i loro conflitti e le loro immagini. Alcuni sono scomparsi, altri continuano a vivere nelle forme che hanno lasciato.
Da Trinità dei Monti Roma sembra immobile.
Ma basta guardarla un poco più a lungo per accorgersi che continua a cambiare.
Note
- Sole nero. Petrolio e arte contemporanea, Accademia di Francia a Roma – Villa Medici. Mostra a cura di Morad Montazami, Madeleine de Colnet e Caroline Courrioux.
- Il concetto di “petromodernità” considera il petrolio non soltanto come fonte energetica, ma come elemento capace di incidere sulle trasformazioni economiche, politiche, sociali e culturali della modernità.
- Jessica Segall, Human Energy, 2023. Il progetto mette in relazione i territori dell’estrazione petrolifera statunitense con la pratica dei bagni nel petrolio greggio in Azerbaigian.
- Zina Saro-Wiwa, Karikpo Pipeline, 2015. L’opera è ambientata nel territorio Ogoni del Niger Delta, profondamente segnato dall’industria petrolifera e dalle sue conseguenze ambientali e sociali.
- La General System Theory di Ludwig von Bertalanffy ha contribuito, nel secondo Novecento, a spostare l’attenzione dagli elementi isolati alle loro relazioni e all’organizzazione dell’insieme. Il riferimento non costituisce una chiave dichiarata della mostra, ma offre un retroterra teorico alla lettura sviluppata nell’articolo
Per saperne di più
Académie de France à Rome – Villa Médicis / Zamân Books & Curating, Soleil noir. Pétrole et art contemporain, catalogo della mostra.
Ludwig von Bertalanffy, General System Theory: Foundations, Development, Applications, George Braziller, New York, 1968.
Stephanie LeMenager, Living Oil: Petroleum Culture in the American Century, Oxford University Press, 2014.
Andreas Malm, Fossil Capital: The Rise of Steam Power and the Roots of Global Warming, Verso, 2016.
Salar Mameni, Terracene: A Crude Aesthetics, Duke University Press, 2023.
IN APERTURA Jessica Segall, Human Energy, 2023.
Courtesy dell’artista. © Jessica Segall.
Immagine dalla cartella stampa di Sole nero. Petrolio e arte contemporanea, Villa Medici, Roma.