Intervista MANUELA KUSTERMANN
SERGIO ANSUINI * 25 Settembre 2026
MANUELA KUSTERMANN
Un teatro sempre più necessario
Ho incontrato Manuela Kustermann per parlare del teatro di oggi e di quello che verrà. La conversazione ha preso subito una direzione precisa.
Manuela Kustermann è una delle figure che hanno attraversato da protagonista la grande stagione del teatro italiano. Eppure, parlando con lei, il passato rimane sullo sfondo. Lo custodisce, certamente, ma il suo sguardo è rivolto a quello che sta accadendo e, soprattutto, a quello che verrà. Parla dei giovani, dei nuovi linguaggi, delle tecnologie, dell’intelligenza artificiale, mentre continua a difendere quella presenza viva dell’attore e del pubblico che apparteneva alla rivoluzione teatrale di cui fu protagonista.
Forse è proprio questo il filo che lega allora a oggi: un teatro capace di cambiare, di sorprendere e di continuare a essere necessario.
- Oggi, nel teatro, che cosa la incuriosisce ancora e riesce a sorprenderla?
Una novità nel teatro è il grande interesse, soprattutto da parte dei giovani, verso il teatro di figura. Si costruiscono sempre più spesso spettacoli che usano le maschere o grandi puppets mossi dagli attori, a cui danno anche la voce.
Ho visto moltissimo teatro (vado a teatro 5/6 giorni a settimana), forse troppo, ma debbo dire che mi pongo sempre davanti allo spettacolo che sto per vedere con uno spirito di meravigliosa attesa, pronta a lasciarmi sorprendere ancora dalla magia di uno spettacolo.
- Quando arriva al Vascello una nuova proposta, che cosa cerca per capire se vale la pena portarla in scena?
Debbo fare una premessa. Il Teatro Vascello, che si trova nel quartiere di Monteverde Vecchio a Roma, è nato nel 1989 dalla ristrutturazione di un vecchio cinema, grazie alla visione di Giancarlo Nanni e mia. Ha inaugurato la sua stagione con uno spettacolo di Tadeusz Kantor, uno dei più grandi registi del Novecento. Si capisce quindi fin dall’inizio come la nostra vocazione sia sempre stata rivolta al teatro di ricerca, d’arte e d’innovazione.
Negli anni si sono succeduti sul nostro palcoscenico artisti del calibro di Bob Wilson, del Living Theatre, di Peter Brook, dei Raffaello Sanzio, compagnie di danza internazionali e tantissimi artisti magnifici. Quando valuto un progetto di produzione guardo alla qualità della drammaturgia, degli attori e della regia. Insomma, non prendo in considerazione il teatro commerciale, non per snobismo, ma perché la mia storia, le mie origini teatrali, nascono negli anni Settanta con il teatro d’avanguardia.
Per le compagnie che ospito, se non mi è possibile vedere lo spettacolo dal vivo, chiedo di visionare il video integrale.
La prima domanda che mi pongo è se quello spettacolo può essere di interesse per il pubblico. Ma cosa intendo per “interesse per il pubblico”? Intanto implica una mia mediazione, ovvero deve comprendere una domanda, un’esigenza più o meno esplicita, che il teatro deve interpretare ed esorcizzare al meglio con tutte le tecnicità necessarie. Il teatro si fa per il pubblico, ma il pubblico deve essere all’altezza del teatro.
Poi ci deve essere una coerenza con la stagione immaginata, che persegue sempre un obiettivo specifico. Dopodiché lo spettacolo può essere inserito nel cartellone.
- Che cosa manca oggi al teatro italiano per riuscire a raccontare la contemporaneità?
Il teatro italiano avrebbe bisogno di bravi drammaturghi che scrivano della contemporaneità, sempre più complicata da leggere e interpretare correttamente. Purtroppo ce ne sono molto pochi, sempre più spesso vittime, più o meno consapevolmente, del mainstream.

- È cambiato il modo in cui lo spettatore contemporaneo entra in rapporto con il teatro?
Questo è drammaticamente vero. Ed è quello che ho scritto nella prefazione della stagione 2026/2027 del Teatro Vascello:
L’uomo contemporaneo oggi è costretto a varcare più soglie contemporaneamente: biologica, epistemica, ontologica. L’intelligenza artificiale ne è un esempio e rappresenta una sfida alla definizione stessa di umano. Il transumanesimo non è più fantascienza, è un’ipotesi già in corso.
Lo spettatore arriva al teatro esausto di stimoli, la platea è fatta di solitudini plurali. Ma il teatro possiede ciò che nessun algoritmo può generare: la fisicità irripetibile, il tempo vivo, il corpo vulnerabile dell’attore con la sua centralità, il suo sudore, la sua mortalità.
Nel teatro attori e spettatori condividono lo stesso spazio, lo stesso respiro, lo stesso momento irripetibile, la stessa storia. Questa fisicità, in un’epoca in cui tutto si può produrre o riprodurre, è già di per sé un atto rivoluzionario.
L’immersività artificiale, il metaverso e la realtà virtuale promettono esperienze sempre più immersive e personalizzate. Il teatro, con la sua imperfezione, la sua resistenza alla personalizzazione, deve riaffermare il valore di ciò che è grezzo, contingente, umano. Non per nostalgia, ma per necessità antropologica.
- Guardando il teatro di oggi, in quale direzione le sembra che stia andando?
Quello che sta cambiando molto nel teatro è che si va sempre più verso un teatro performativo, dove si vive una complessità interessante di ruoli e capovolgimenti e dove anche lo spazio può essere riscritto e usato in modi diversi.
Per fortuna, la proliferazione di moltissimi festival teatrali in Italia e all’estero contribuisce a informare il pubblico sulla direzione che sta prendendo il teatro performativo e di innovazione.
- Video e strumenti digitali sono sempre più presenti sulla scena. Che cosa possono aggiungere al teatro?
Il teatro è in continua evoluzione e naturalmente usa sempre più spesso gli strumenti tecnologici che abbiamo a disposizione.
Da alcuni anni, per esempio, l’uso dei video, integrati nella scenografia o addirittura in sua sostituzione, è diventato comune. Ma, come in tutte le cose, ci vuole equilibrio. Se sono strumentali allo spettacolo diventano interessanti e addirittura necessari, ma a volte il loro eccessivo uso, senza una vera ragione, crea fastidio e reca danno allo spettacolo.
Io, per esempio, per l’anniversario dei 50 anni della nostra cooperativa La Fabbrica dell’Attore ho messo in scena uno spettacolo totalmente immersivo, dove le immagini erano protagoniste assolute. Noi attori eravamo dentro una scatola fatta di fondali di PVC bianco, dove venivano proiettati collage di foto, video di happening, locandine, scritti, pezzi di copioni ecc., in un flusso continuo raccontato sia dalle immagini sia dai nostri interventi.
Avevo recuperato un filmato storico del Risveglio di Primavera con le riprese di Mario Schifano, che un pomeriggio venne di sorpresa nel nostro Teatro La Fede a filmare la rappresentazione. Ricordo ancora la commozione di noi e di tutto il pubblico quando si proiettava quel reperto di uno spettacolo divenuto un simbolo dell’avanguardia romana.
Questo per dire che a volte i video sono necessari e significativi!
- Guardando avanti, che cosa vorrebbe vedere nascere al Vascello?
Una delle cose che ho sempre sperato di realizzare, e che finalmente sembra diventare possibile, è l’archivio del Teatro Vascello.
Comprende anche tutto il materiale che ho custodito del periodo del nostro Teatro La Fede a Porta Portese, che inaugurammo nel 1968 Giancarlo Nanni ed io e dove sono nati spettacoli rimasti nella memoria come unici e importanti, perché hanno segnato l’inizio della rivoluzione a teatro.
In quel capannone a Porta Portese è nata l’avanguardia romana. Un patrimonio importantissimo che comprende foto, copioni, video, locandine, costumi, pezzi di scenografia, scritti originali di Nanni ecc.
Tutto questo sta per divenire realtà grazie all’intervento e al sostegno della Direzione generale Archivi. E grazie soprattutto alla dott.ssa Sabrina Mingarelli, che ha portato avanti e vinto la sua battaglia affinché questo provvedimento riguardasse anche gli archivi privati.
- Se guarda al futuro, che cosa spera per il teatro?
Quello che spero per il futuro è che il teatro divenga sempre più necessario per tutti, ma soprattutto per i giovani. Perché se il teatro scompare, scompare un’umanità non più in grado di guardarsi e comprendersi.