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DIARIO – ARTE E CULTURA

ROMA 1630 * Dentro il Barocco

DANIS AUDINO  *  Roma 25 Settembre 2026

 

ROMA 1630

Dentro il Barocco

 

Roma non sa di essere diventata barocca. Nel 1630 Palazzo Barberini è ancora un cantiere e nelle sue sale passano pittori, musicisti, notizie e lingue diverse. Basta aspettare qualche minuto in una stanza per accorgersi che qualcosa sta cambiando: negli abiti, nelle immagini, nella musica, perfino nel modo di guardare il cielo.

 

Roma, 1630. La strada sale verso le Quattro Fontane fra botteghe, carri e voci che si rincorrono. È il romano della città, ormai lontano da quello più aspro e meridionale che si parlava due secoli prima. Dopo il Sacco erano arrivati molti uomini dall’Italia centrale, soprattutto dalla Toscana, e anche le parole avevano preso un’altra cadenza.

Davanti, Palazzo Barberini cresce ancora. Muratori, scalpellini e carri convivono con finestre già aperte e stanze abitate. Da poco Bernini ha preso la direzione del cantiere lasciato da Carlo Maderno e Borromini lavora nello stesso edificio.

Attraversato il portone, il rumore della strada si allontana. Nella voce di un servitore affiora la lingua cortigiana di Roma; poco oltre corre qualche parola francese, il latino accompagna la conversazione di un ecclesiastico, poi una frase spagnola passa e scompare.

In una sala alcuni uomini aspettano di essere ricevuti. Due parlano sottovoce. Uno è Nicolas Poussin, francese, a Roma ormai da alcuni anni; l’altro Andrea Sacchi, che proprio in quelle stanze sta lavorando alla grande volta della Divina Sapienza. Hanno davanti alcuni fogli. Poussin ne prende uno, Sacchi indica qualcosa con un dito. Poi tornano a parlare. La stessa Roma entra nei loro occhi e sulle loro tele prenderà forme molto diverse.

Un servitore attraversa la sala e pronuncia un nome. Un uomo si alza e scompare oltre la porta. Gli altri restano seduti.

Intorno, il palazzo mostra già la ricchezza dei Barberini. Stoffe pesanti scendono lungo le pareti, il noce intagliato incontra il cuoio lavorato e l’oro, argenti e piccoli oggetti prendono luce sopra i mobili. Arazzi e quadri interrompono le superfici. Oggetti usciti da botteghe diverse stanno ormai insieme nella stessa stanza.

Anche gli uomini seduti nella sala portano addosso qualcosa che sta cambiando. I grandi colletti rigidi della generazione precedente compaiono ancora nei ritratti appesi alle pareti; qui il lino scende più libero sulle spalle. Basta alzare gli occhi verso un antenato e poi riportarli nella stanza perché pochi decenni divengano tanti.

Da dietro una porta arriva della musica. Una voce, una tiorba, poi di nuovo la voce, quasi sola. Qualcuno tende per un momento l’orecchio. È musica di Giovanni Girolamo Kapsberger, il Tedesco della tiorba, ormai di casa nel mondo dei Barberini. Le parole si distinguono sostenute da poche corde. Poi una porta si chiude e rimangono le voci della sala.

Entra un uomo con un foglio piegato. Qualcuno domanda da dove venga. Si parla della guerra, di una corte straniera, forse di Vienna. Gli avvisi passano di mano. Per qualche minuto una città lontana è nella stessa stanza di Poussin e Sacchi.

Sul tavolo, fra un libro e i fogli dei due pittori, un paio di occhiali raccolgono la luce della finestra. Da secoli due lenti aiutano a leggere una pagina; da poco più di vent’anni possono portare gli occhi molto più lontano.

Un libro, un paio di occhiali e la Luna sopra Roma. Nel Seicento strumenti conosciuti entrano in nuove relazioni e aprono possibilità inattese: anche il modo di guardare il mondo comincia a cambiare. Ricostruzione immaginaria. (Immagine creata con IA. Orchestratore Eko.)

Galileo le aveva disposte dentro un tubo e aveva guardato il cielo. La Luna aveva mostrato montagne; accanto a Giove erano comparsi piccoli astri.

Dalla finestra entra ancora luce. Fuori, sopra i tetti, la cupola di San Pietro domina una città attraversata da strade relativamente nuove, acquedotti riportati in vita, obelischi rialzati, case e botteghe cresciute lungo i percorsi aperti nei decenni precedenti.

Sotto quella cupola Bernini sta facendo salire quattro grandi colonne di bronzo. Si avvitano sopra la tomba dell’apostolo portando con sé la memoria delle antiche colonne tortili della basilica e quella, altrettanto antica, del baldacchino cerimoniale. Michelangelo è sopra, Pietro sotto, intorno cresce la nuova basilica.

Nello stesso palazzo Borromini traccia altre linee. Le pietre sono le stesse, la città è la stessa, molti degli uomini che decidono e commissionano sono gli stessi. Sulla carta di Borromini, però, cominciano a prendere altre direzioni.

Un altro nome viene pronunciato.

Poussin raccoglie i fogli. Sacchi rimane ancora qualche momento. Sopra di lui la Divina Sapienza dispone le figure entro uno spazio misurato. Nella stessa Roma altri pittori cercano movimento, profondità, corpi che sembrano continuare oltre la superficie.

La musica torna per un istante, ormai lontana. Il foglio con le notizie è arrivato a un’altra mano. Gli occhiali sono rimasti accanto al libro.

Poi anche l’attesa finisce.

Il portone restituisce il rumore della strada. Un carro rallenta davanti a una bottega, una donna passa con una cesta. Tornano le parole ascoltate poco prima sulla salita, mentre alle spalle martelli e scalpelli continuano a lavorare sul palazzo.

Dentro, qualcuno aspetta ancora il proprio nome.

Sul tavolo sono rimasti un libro e due lenti.

Sopra Roma sta salendo la Luna.

 

NOTE

  1. La lingua che cambia
    Il romanesco medievale presentava caratteri sensibilmente più meridionali di quello che conosciamo attraverso la tradizione moderna. Tra Quattro e Cinquecento la presenza della Curia, l’afflusso di popolazione proveniente da altre regioni e soprattutto dalla Toscana e le trasformazioni demografiche successive al Sacco del 1527 accelerarono la toscanizzazione del parlato romano. Negli ambienti della corte pontificia si sviluppò inoltre quella che le fonti e gli studiosi definiscono “lingua cortigiana romana”: una lingua colta e sovraregionale, nata dall’incontro di uomini provenienti da parti diverse della penisola. Roma diventava così un luogo nel quale anche la lingua prendeva forma attraverso le relazioni fra chi vi arrivava.
  2. Una stanza, molte direzioni
    La presenza narrativa di Poussin e Sacchi nella stessa sala non vuole ricostruire un incontro documentato, ma riunisce due artisti realmente legati all’ambiente Barberini intorno al 1630. Sacchi ricevette nel 1629 la commissione della Divina Sapienza; Poussin era inserito nella cerchia culturale vicina alla corte di Urbano VIII e a Cassiano dal Pozzo. La loro vicinanza permette di osservare un fenomeno importante: uno stesso ambiente culturale non genera necessariamente una forma unica. Le relazioni aprono possibilità; gli artisti possono percorrerle in direzioni differenti.
  3. La musica dietro la porta
    Giovanni Girolamo Kapsberger, conosciuto a Roma come il Tedesco della tiorba, fu compositore dei Barberini e uno dei protagonisti della nuova cultura musicale romana. Nel 1630 mise in musica I pastori di Betlemme, su testo di Giulio Rospigliosi e dedicato al cardinale Francesco Barberini, e compose il Fetonte. La voce accompagnata dal basso continuo e dalla tiorba appartiene a un paesaggio sonoro ormai diverso dalla grande trama polifonica del secolo precedente: anche qui il cambiamento procede attraverso forme precedenti che vengono ricombinate e portate altrove.
  4. Le stesse lenti, un altro sguardo
    Gli occhiali esistevano da secoli quando Galileo rivolse verso il cielo il proprio cannocchiale. Il passaggio narrativo non suggerisce quindi l’invenzione improvvisa di un oggetto, ma qualcosa di diverso: elementi e competenze già esistenti possono entrare in nuove relazioni e produrre possibilità prima inesistenti. È uno dei fili nascosti dell’intero racconto: il nuovo può nascere dalla diversa posizione assunta da cose che erano già presenti.
  5. Il cantiere come immagine di Roma
    Nel 1630 Palazzo Barberini e il Baldacchino di San Pietro erano entrambi cantieri aperti. Il Baldacchino, iniziato nel 1624, sarebbe stato completato nel 1633; alla sua realizzazione collaborarono Bernini, Borromini e numerose maestranze specializzate. Anche Palazzo Barberini sarebbe stato ultimato nei primi anni Trenta. L’opera che la storia attribuisce a un grande nome nasce dunque dentro una rete molto più ampia di committenti, progettisti, artigiani, tecniche e memorie precedenti

PER SAPERNE DI PIÙ

Bibliografia essenziale

  1. Francis Haskell, Mecenati e pittori. Studio sui rapporti tra arte e società italiana nell’età barocca, Einaudi.
    Un classico fondamentale per comprendere l’arte del Seicento attraverso il rapporto fra artisti, committenti, corti e istituzioni. È particolarmente utile per leggere la Roma barberiniana come ambiente di relazioni e non soltanto come successione di capolavori.
  2. Tomaso Montanari, Il Barocco, Einaudi.
    Una lettura ampia della cultura figurativa barocca che consente di collocare Bernini, Borromini e gli altri protagonisti dentro la società e la cultura del loro tempo, evitando di ridurre il Barocco a un semplice repertorio stilistico.
  3. Paolo Portoghesi, Roma barocca, Laterza.
    Roma osservata attraverso la trasformazione dello spazio urbano e dell’architettura. Utile per seguire il rapporto fra edifici, strade, piazze e potere che nel nostro racconto rimane sullo sfondo della finestra di Palazzo Barberini.
  4. Rudolf Wittkower, Art and Architecture in Italy, 1600–1750, Yale University Press.
    Uno dei grandi riferimenti internazionali per l’arte italiana del Seicento. Offre il quadro necessario per comprendere come tendenze differenti — classicismo, naturalismo, sperimentazione barocca — possano convivere nello stesso periodo e spesso negli stessi ambienti.
  5. Elizabeth Cropper, The Domenichino Affair: Novelty, Imitation, and Theft in Seventeenth-Century Rome, Yale University Press.
    Un libro particolarmente interessante per il nostro secondo livello: mostra quanto la Roma secentesca fosse attraversata da circolazione delle immagini, modelli precedenti, imitazione, competizione e idee diverse di invenzione. Aiuta a capire quanto sia difficile separare nettamente ciò che è “vecchio” da ciò che è “nuovo”.

IN APERTURA   Nicolas Poussin e Andrea Sacchi a Palazzo Barberini, Roma, intorno al 1630. Ricostruzione immaginaria: le fisionomie sono elaborate dall’iconografia storica dei due pittori; l’ambiente richiama la Sala della Divina Sapienza durante la decorazione di Sacchi. ( Immagine creata con IA. Orchestratore Eko.)

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