ROMA E L’ARTE NEGLI ANNI ’90
DANIS AUDINO * Roma 11 Settembre 2026
ROMA E L’ARTE NEGLI ANNI ’90
Quando cambia la trama del mondo
Negli anni Novanta finisce l’ordine bipolare e prende forma un nuovo ecosistema globale. Roma attraversa questa trasformazione con il trauma di Tangentopoli, mentre cambiano mercato, lusso, luoghi e linguaggi dell’arte. Dalle vetrine di Via del Babuino alle biennali, dalle fabbriche dismesse a Internet, una nuova trama collega la città al mondo che sta nascendo.
Gli anni Novanta cominciano prima del calendario. Nel novembre 1989 cade il Muro di Berlino; nel 1991 scompare l’Unione Sovietica. Si chiude il sistema bipolare che per quasi mezzo secolo aveva organizzato gli equilibri politici e militari, ma anche economie, alleanze, industrie, culture e appartenenze. Gli Stati Uniti rimangono la sola potenza globale e l’Occidente sembra avere vinto.
Proprio allora, sotto questa straordinaria concentrazione del potere politico, prende forza un movimento diverso. L’economia si allarga e si disperde. Capitali e investimenti attraversano più facilmente le frontiere, le imprese distribuiscono le attività nei luoghi più convenienti, una parte della manifattura si dirige verso l’Asia, altre aree acquistano peso per materie prime, energia e lavorazioni. La finanza cresce e accompagna una nuova divisione internazionale del lavoro.
Il processo nasce dall’intreccio di interessi diversi: imprese, governi, investitori e mercati. La loro azione combinata costruisce un nuovo ecosistema globale. Con la produzione si spostano investimenti, competenze e infrastrutture e cominciano a distribuirsi anche quote di ricchezza. La Cina sta ancora costruendo il ruolo che assumerà pienamente nel XXI secolo, mentre Asia e America Latina entrano sempre più profondamente nei circuiti mondiali.
È il grande paradosso degli anni Novanta: mentre il potere geopolitico raggiunge una concentrazione eccezionale, l’economia distribuisce nel mondo alcune delle capacità che avevano sostenuto la centralità occidentale. Le conseguenze arriveranno più tardi, ma il movimento è già cominciato.
Roma entra in questo nuovo scenario portandosi dietro il paesaggio degli anni Ottanta. Via del Babuino, Via Margutta, Piazza del Popolo, gli antiquari, le gallerie, gli atelier, le boutique, i ristoranti, la politica e la mondanità sono ancora lì. La capitale vive però di un intreccio particolarmente stretto fra politica ed economia. Spesa pubblica, opere, imprese, professioni e un vastissimo indotto alimentano una circolazione di denaro che raggiunge arte, antiquariato, gioielleria, moda, ristorazione e commercio di lusso. A questa economia si affianca una forte presenza del contante, solo parzialmente leggibile attraverso le statistiche ufficiali.
Poi arriva il 1992.
L’arresto di Mario Chiesa apre la stagione di Mani Pulite; nello stesso anno la crisi della lira culmina con l’uscita dal Sistema monetario europeo. A Roma Tangentopoli è un muro. Si diffonde un clima di paura, la politica rallenta, amministratori e funzionari diventano prudenti, opere e decisioni si fermano o procedono con maggiore difficoltà. L’indotto ne risente. Anche chi dispone di denaro diventa più cauto nello spenderlo e soprattutto nel mostrarlo. Arte, antiquariato e gioielleria avvertono la contrazione.
Tangentopoli agisce su Roma mentre una trasformazione molto più vasta sta già attraversando il mondo. Accelera la perdita di energia di un sistema di relazioni che aveva sostenuto una parte importante dell’economia cittadina.
Via del Babuino permette quasi di vedere fisicamente il passaggio. Negli anni Settanta era ancora una strada relativamente polverosa e un po’ in ombra, popolata da grandi antiquari con una clientela italiana e internazionale estremamente selezionata. L’oggetto era raro, spesso unico; il rapporto personale; il cliente conosciuto. Per quel commercio il passaggio davanti alla vetrina aveva un’importanza relativa. A un grande antiquario serviva soprattutto il cliente giusto.
Negli anni Novanta le strutture rimangono mentre le transazioni si contraggono. Poi, soprattutto nella seconda metà del decennio, una parte dell’antiquariato si concentra verso Via Margutta e le grandi marche della moda avanzano nel Tridente. Le vetrine diventano luminose, il marchio immediatamente riconoscibile, il passaggio prezioso.
Anche il lusso cambia. Accanto alla grande esclusività delle maisons cresce un consumo di élite rivolto a una platea più vasta. Emporio Armani ne rappresenta bene la logica: prestigio e prezzo elevato insieme a riconoscibilità e diffusione. Al valore della rarità e della relazione personale si aggiunge quello della visibilità.
Via del Babuino si illumina mentre cambia l’economia che la abita.
Nello stesso periodo una parte dell’arte contemporanea cerca altri spazi. La generazione della Scuola di San Lorenzo, Bruno Ceccobelli, Gianni Dessì, Giuseppe Gallo, Nunzio, Piero Pizzi Cannella, Marco Tirelli, continua a lavorare; il Pastificio Cerere rimane un nodo della città. Intorno il paesaggio si allarga: installazione, fotografia, video, performance e intervento urbano affiancano pittura e scultura, mentre Testaccio, Ostiense e gli spazi industriali offrono nuove possibilità.

Stefania Miscetti porta l’arte direttamente nella città, dal Pantheon a Piazza Navona, dal Museo Barracco a San Giorgio al Velabro, con Nancy Spero, Yoko Ono, Paolo Canevari e William Kentridge. Valentina Moncada, in Via Margutta dal 1990, apre invece la galleria a una nuova dimensione internazionale.
Il centro conserva il proprio prestigio, mentre intorno cresce la rete.
A Londra emergono gli Young British Artists: Damien Hirst, Tracey Emin, Sarah Lucas. Maurizio Cattelan costruisce un linguaggio fatto di provocazione, ironia e sfida alle istituzioni dell’arte; Vanessa Beecroft utilizza gruppi di corpi come materia visiva; dal Sudafrica William Kentridge porta disegno, animazione, memoria e storia politica.
Sono personalità e linguaggi molto diversi. La corrente perde parte della capacità che aveva avuto nel Novecento di organizzare e spiegare il nuovo, mentre cresce la riconoscibilità dell’artista e acquistano peso le relazioni che lo circondano: galleristi, curatori, musei, collezionisti, biennali e fiere.
Anche la geografia dell’arte si estende. New York, Londra e Parigi mantengono un peso enorme, mentre aumentano i luoghi nei quali si costruisce una reputazione internazionale. Le biennali si moltiplicano e diventano punti d’incontro di artisti, curatori e istituzioni provenienti da geografie differenti.
Le grandi fiere, da Art Basel ad Art Cologne e FIAC, esistevano già; negli anni Novanta il modello si amplia e accanto alle grandi manifestazioni compaiono formule più agili, spesso destinate alle nuove gallerie. Il grande boom arriverà dopo il 2000, ma la struttura è pronta. La fiera concentra periodicamente galleristi, artisti, collezionisti, curatori, musei e informazioni, diventando uno dei nodi della nuova geografia dell’arte.
Poi arriva Internet. Alla metà degli anni Novanta il Web è ancora giovane, ma introduce una possibilità destinata a cambiare il sistema: immagini, informazioni e relazioni cominciano a viaggiare indipendentemente dallo spostamento fisico delle persone e degli oggetti. Nasce persino una net.art, un’arte creata direttamente per la rete. Il digitale entra nell’ecosistema artistico mentre la distanza comincia lentamente a perdere peso.

Roma intanto esce dalla fase più dura della cesura. Nel 1996 iniziano i lavori nell’ex stabilimento Peroni destinato alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea; la sede riapre nel 1999 e diventerà poi MACRO. Nel 1998 lo Stato bandisce il concorso internazionale per un nuovo Centro per le arti contemporanee. Arrivano 273 candidature e nel febbraio 1999 viene scelto il progetto di Zaha Hadid per quello che diventerà il MAXXI.
Anche lo Stato entra nella nuova trama. Investe in grandi infrastrutture culturali destinate a collegare Roma al circuito internazionale del contemporaneo. Il museo amplia la propria funzione: conservazione, architettura riconoscibile, attrazione urbana, produzione di eventi, presenza nella competizione culturale fra città.
Il bipolarismo aveva costruito un ordine fatto di blocchi, apparati politici, economie fortemente organizzate su basi nazionali, industrie, partiti, appartenenze e centri culturali. Quel mondo continua a girare mentre perde energia. Contemporaneamente se ne mette in movimento un altro, nel quale capitali, merci, immagini e persone attraversano più facilmente le frontiere e le relazioni acquistano un peso crescente.
Roma attraversa questa trasformazione con il trauma del 1992 e poi ricomincia a muoversi. Gli antiquari convivono con il nuovo commercio del lusso; San Lorenzo con altri linguaggi e altri luoghi; le fabbriche diventano spazi dell’arte; i monumenti superfici temporanee; lo Stato costruisce musei pensati per un sistema culturale diverso.
Per qualche tempo i due mondi convivono. È forse per questo che gli anni Novanta sono apparsi meno riconoscibili dei Sessanta, Settanta o Ottanta. La loro trasformazione più profonda avviene nelle relazioni fra le cose. Più che produrre una nuova forma dominante, cambiano il sistema che produce e mette in circolazione le forme.
Alla fine del secolo l’Occidente appare ancora al centro del mondo. New York conserva il suo peso, la pittura continua, gli antiquari sono ancora nelle loro gallerie, gli Stati mantengono le loro frontiere. Molte cose sembrano essere al proprio posto, mentre la trama che le unisce è ormai diversa.
Via del Babuino è sempre la stessa strada. Solo che adesso è illuminata.
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NOTE
- La fine dell’ordine bipolare
La caduta del Muro di Berlino nel novembre 1989 e la dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 segnano la conclusione dell’ordine internazionale costruito dopo la Seconda guerra mondiale. Gli Stati Uniti entrano negli anni Novanta come unica superpotenza globale. - Tangentopoli e la crisi del 1992
L’arresto di Mario Chiesa, il 17 febbraio 1992, apre la stagione di Mani Pulite. Nello stesso anno l’Italia attraversa una grave crisi valutaria che porta, in settembre, all’uscita della lira dal Sistema monetario europeo. A Roma la crisi politica e quella economica incidono profondamente sul sistema di relazioni costruito nei decenni precedenti. - La nuova divisione internazionale del lavoro
Negli anni Novanta aumentano rapidamente investimenti internazionali e integrazione produttiva. Le imprese distribuiscono progressivamente produzione e lavorazioni fra paesi diversi. La crescita asiatica, e in particolare quella cinese, prepara una trasformazione che diventerà ancora più evidente nel decennio successivo. - L’arte diventa più internazionale
Biennali, fiere, musei, gallerie e curatori formano una rete sempre più estesa. Accanto ai tradizionali centri di New York, Londra e Parigi acquistano visibilità nuove geografie artistiche. Installazione, fotografia, video, performance e interventi nello spazio urbano ampliano ulteriormente il campo del contemporaneo. - Roma verso MACRO e MAXXI
Nel 1996 iniziano i lavori nell’ex stabilimento Peroni destinato alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea, riaperta nel 1999 e successivamente divenuta MACRO. Nel 1998 viene bandito il concorso internazionale per il nuovo Centro per le arti contemporanee; nel febbraio 1999 viene scelto il progetto di Zaha Hadid, futuro MAXXI.
PER SAPERNE DI PIÙ
- Paul Ginsborg, L’Italia del tempo presente. Famiglia, società civile, Stato 1980-1996, Einaudi.
Per comprendere la trasformazione politica e sociale italiana che attraversa gli anni di Tangentopoli. - Guido Crainz, Autobiografia di una Repubblica. Le radici dell’Italia attuale, Donzelli.
Una lettura delle trasformazioni che accompagnano la crisi della Prima Repubblica e l’ingresso dell’Italia nel nuovo scenario degli anni Novanta. - Achille Bonito Oliva, L’arte fino al 2000, Sansoni.
Un riferimento utile per seguire il passaggio dalla stagione delle correnti alla pluralità di linguaggi e protagonisti del contemporaneo. - David Harvey, A Brief History of Neoliberism, Oxford University Press Per collocare gli anni ’90 nel più ampio processo di globalizzazione economica, mobilità di capitali e trasformazione dei sistemi produttivi
- Elena Filipovic, Marieke van Hal, Solveig Ovstebo (eds) The Biennal Reader, Bergen Kunsthall/Htje Cantz Una raccolta fondamentale per comprendere il ruolo assunto dalle biennali nella costruzione della nuova geografia internazionale dell’arte
IMMAGINE DI APERTURA – Roma negli anni ’90 Moda, visibilità e nuovi consumi trasformano il paesaggio del centro mentre la città entra in un diverso scenario globale (Immagine prodotta da IA Orchestratore Eko)