L’ORO NELL’ALTO MEDIOEVO * Roma, Bisanzio e i Longobardi
DANIS AUDINO * Roma 17 Luglio 2026
L’ORO NELL’ALTO MEDIOEVO * Roma, Bisanzio e i Longobardi
Fra il VI e l’VIII secolo l’Italia non è il confine fra civiltà contrapposte, ma un luogo d’incontro nel quale Roma, Bisanzio e il mondo longobardo continuano a dialogare. L’oreficeria permette di seguire questo processo con una chiarezza sorprendente. Croci, reliquiari, fibule e gioielli raccontano infatti come tradizioni diverse si siano lentamente intrecciate, dando origine a uno dei linguaggi artistici più originali dell’Europa medievale.
Entrando in una chiesa dell’Italia del VII secolo si potrebbe provare una sensazione inattesa. All’esterno il paesaggio racconta un mondo profondamente cambiato. L’Impero romano d’Occidente è ormai un ricordo; la penisola è condivisa fra Longobardi, Bizantini e il papato. Varcata la soglia, però, qualcosa sembra sottrarsi al trascorrere del tempo. Le croci, i calici, i reliquiari e gli arredi liturgici conservano ancora l’eleganza della tradizione romana e bizantina. Uscendo dalla chiesa, quello stesso metallo prezioso riappare nelle fibule, nelle guarnizioni di cintura e nei gioielli delle aristocrazie longobarde, ma con forme, colori e significati diversi.
È in questo contrasto, solo apparente, che prende forma uno dei capitoli più affascinanti della storia dell’oreficeria europea.
Per lungo tempo questi secoli sono stati raccontati come il momento dell’incontro fra il mondo romano e quello barbarico. L’osservazione dei manufatti suggerisce però una prospettiva più complessa. L’Italia tra il VI e l’VIII secolo appare come un ecosistema artistico nel quale convivono tre grandi poli culturali. Roma continua a rappresentare il centro della committenza ecclesiastica; Costantinopoli rimane il principale punto di riferimento dell’arte imperiale; il regno longobardo sviluppa progressivamente una propria identità. Più che separarsi, questi tre mondi continuano a guardarsi, a confrontarsi e, lentamente, a influenzarsi.
L’oreficeria permette di seguire questo dialogo meglio di qualsiasi altra forma artistica. Ogni oggetto conserva infatti la memoria delle mani che lo hanno realizzato, delle tecniche impiegate, delle richieste della committenza e dei simboli che una comunità ha scelto di affidargli. È come se ogni manufatto custodisse una parte della storia dell’Italia altomedievale.

Le aristocrazie gotiche e longobarde elaborano un linguaggio che si riconosce immediatamente. I granati incastonati, il cloisonné, le paste vitree e gli intensi contrasti cromatici conferiscono ai gioielli una forza espressiva del tutto originale. Fibule, pendenti, guarnizioni di cintura e armi preziose non sono semplici ornamenti. Rendono visibile il prestigio, il rango e l’appartenenza a una comunità.
La committenza ecclesiastica percorre invece una strada diversa. Le opere destinate alla liturgia conservano l’equilibrio delle composizioni tardoimperiali, la frontalità delle immagini e quella solennità che Roma aveva progressivamente trasmesso anche a Bisanzio. Non si limita però a custodire un’eredità ricevuta. Continua a commissionare nuove opere, adattando quel linguaggio a una società che sta lentamente cambiando.
Osservando questi manufatti si ha quasi l’impressione di assistere a una conversazione silenziosa. Una fibula longobarda conserva ancora il gusto delle aristocrazie germaniche; poco più in là una croce destinata all’altare continua a parlare il linguaggio di Roma e di Costantinopoli. Con il passare delle generazioni quei linguaggi iniziano a riconoscersi. Le forme si trasformano senza perdere del tutto la memoria delle proprie origini.
Alcune opere permettono di seguire questo processo con particolare chiarezza. Il bratteato aureo nasce come imitazione dei medaglioni imperiali distribuiti ai capi federati, ma nel mondo germanico assume rapidamente un significato diverso, trasformandosi in un oggetto personale dal forte valore simbolico. Le crocette auree longobarde mostrano come il cristianesimo non cancelli improvvisamente le tradizioni precedenti, ma le rielabori all’interno di una nuova visione religiosa. Il Tesoro di Monza e la lamina di Agilulfo documentano invece una fase nella quale la cultura longobarda dialoga ormai apertamente con il patrimonio figurativo romano.
Anche Roma continua a volgere lo sguardo verso Oriente. La Croce donata dall’imperatore Giustino II alla Basilica di San Pietro testimonia che i rapporti con Costantinopoli rimangono vivi ben oltre la caduta dell’Impero romano d’Occidente. Non è soltanto un dono diplomatico. È il segno concreto di una rete che continua a far circolare modelli figurativi, maestranze, tecniche e idee lungo tutto il Mediterraneo.
Nel corso dell’VIII secolo questo processo diventa ancora più evidente. Durante il regno di Liutprando il dialogo con Roma e Bisanzio si intensifica senza cancellare l’identità longobarda. Gli storici definiranno questa stagione rinascenza liutprandea, riconoscendo in essa uno dei passaggi decisivi verso la formazione dell’arte medievale europea.
Rimane una domanda alla quale le fonti consentono soltanto una risposta parziale. Chi realizzava materialmente queste opere? Non conosciamo con precisione la continuità delle singole botteghe romane attraverso i secoli. Possiamo però seguire la continuità della domanda. Il papato, le grandi basiliche, la liturgia e i pellegrinaggi continuano a richiedere croci, calici, reliquiari e suppellettili preziose. Più ancora delle officine, sopravvivono le funzioni. E con esse si trasmettono i saperi tecnici necessari a soddisfarle.
L’oreficeria dell’Alto Medioevo racconta così una storia diversa da quella che siamo abituati a immaginare. Non descrive la semplice sopravvivenza dell’arte romana né lo scontro fra civiltà inconciliabili. Racconta la lenta costruzione di uno spazio comune nel quale Roma, Bisanzio e il mondo longobardo continuano a dialogare attraverso uomini, committenze, tecniche e simboli. Seguendo il percorso di questi manufatti si comprende come l’oro non sia soltanto un materiale prezioso. Diventa il filo che unisce tre tradizioni differenti e accompagna la nascita di uno dei linguaggi figurativi destinati a segnare l’intero Medioevo europeo.
Note
- Il cloisonné e l’oreficeria delle aristocrazie germaniche
La tecnica del cloisonné, che consiste nell’inserire granati, paste vitree o altre pietre all’interno di sottili alveoli metallici, raggiunse un alto livello di perfezione nelle officine tardoantiche e germaniche. Diffusa tra Goti, Franchi e Longobardi, contribuì a definire un linguaggio decorativo fondato sul forte contrasto cromatico e sull’effetto luminoso delle superfici, distinguendosi dalla maggiore sobrietà dell’oreficeria romana classica.
- La Croce di Giustino II e i rapporti fra Roma e Costantinopoli
La Croce donata dall’imperatore Giustino II (565-578) alla Basilica di San Pietro costituisce una delle testimonianze più significative della continuità dei rapporti fra Roma e Costantinopoli dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente. Più che un semplice dono diplomatico, rappresenta il segno della permanenza di una rete politica, religiosa e artistica che favorì la circolazione di modelli figurativi, tecniche orafe e maestranze tra Oriente e Occidente.
- Il Tesoro di Monza e la regina Teodolinda
Il cosiddetto Tesoro di Monza comprende oggetti liturgici e preziosi donati in gran parte dalla regina Teodolinda tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo. L’insieme documenta il progressivo avvicinamento della monarchia longobarda alla cultura romana e al cristianesimo cattolico, mostrando come la committenza regia fosse ormai inserita in un più ampio orizzonte mediterraneo.
- La “rinascenza liutprandea”
Con questa espressione gli storici indicano la stagione culturale sviluppatasi durante il regno di Liutprando (712-744). In questi decenni il regno longobardo intensificò i rapporti con Roma e con la tradizione bizantina, favorendo una rielaborazione originale dei modelli figurativi antichi. Più che una semplice imitazione, si trattò della maturazione di una cultura artistica ormai pienamente consapevole della propria identità.
- Continuità delle funzioni e trasmissione dei saperi
Le fonti non consentono di ricostruire con precisione la continuità delle singole botteghe orafe romane tra VI e VIII secolo. È invece ben documentata la continuità della domanda proveniente dal papato, dalle grandi basiliche e dalla liturgia. Questa stabilità della committenza rende plausibile la trasmissione delle competenze tecniche necessarie alla produzione di croci, reliquiari, calici e altri manufatti destinati al culto.
Per saperne di più
Paolo Diacono, Storia dei Longobardi (Historia Longobardorum) Fondazione Lorenzo Valla
Gian Pietro Brogiolo, Le origini della città medievale, Laterza.
Carlo Bertelli (a cura di), I Longobardi, Skira.
James Graham-Campbell, The Viking World, Frances Lincoln. (Per l’oreficeria germanica e le tecniche decorative.)
Guy Halsall, Barbarian Migrations and the Roman West, 376-568, Cambridge University Press.
