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DIARIO – ARTE E CULTURA

L’ARTE A ROMA NEL PERIODO BELLICO

DANIS AUDINO  *  Roma 17 Luglio 2026

 

 

L’arte a Roma nel periodo bellico

La trasformazione di un ecosistema artistico-culturale

 

La guerra cambia rapidamente il volto di una città. Più lentamente si trasformano gli uomini, i luoghi ed le relazioni che ne tengono viva la cultura. Attraverso artisti, antiquari, musei e gallerie, la Roma tra il 1942 e il 1945 offre uno sguardo diverso su una delle stagioni più complesse della sua storia

 

Attraversando il portico di Palazzo Massimo alle Colonne si ha quasi l’impressione di lasciare la città alle proprie spalle. Pochi passi conducono alla galleria di Alessandro Morandotti, uno dei luoghi nei quali il mondo dell’arte romana continua a ritrovarsi anche negli anni della guerra. Davanti ai dipinti si discutono attribuzioni, si confrontano fotografie, si progettano esposizioni. Artisti, studiosi, collezionisti e appassionati si incontrano con la naturalezza di sempre. Gli occhi azzurri di Morandotti accolgono gli ospiti con quella cordialità discreta che molti ricorderanno negli anni successivi. Nulla, almeno in apparenza, lascia intuire quanto profondamente gli eventi stiano per trasformare anche quel mondo.

Fuori dalla galleria Roma conserva ancora il proprio ritmo. Nei caffè si continua a discutere, i teatri aprono le loro sale, gli studi di Via Margutta restano luoghi di lavoro e di incontro. Mario Mafai osserva una città che cambia lentamente davanti ai suoi occhi traducendo quella tensione silenziosa in una pittura sempre più intensa. Francesco Trombadori prosegue la propria ricerca; giovani studiosi come Giuliano Briganti iniziano ad affacciarsi con curiosità e rigore alla storia dell’arte. Le relazioni costruite negli anni precedenti sembrano ancora solide, quasi estranee a una guerra che non ha ancora modificato completamente la vita quotidiana della capitale.

 

Nella Galleria Nazionale d’Arte Moderna il lavoro prosegue con apparente regolarità. Palma Bucarelli dirige il museo con quella raffinata eleganza che tutti le riconoscono, ma dietro quell’immagine si rivela una determinazione fuori dal comune. Quando comprende che il patrimonio artistico romano potrebbe essere minacciato dai bombardamenti, organizza il trasferimento delle opere verso luoghi ritenuti più sicuri. Nelle ore notturne i camion lasciano il museo trasportando dipinti e sculture lontano dalla città. Le sale restano le stesse, ma le responsabilità dell’istituzione si ampliano: custodire le opere diventa importante quanto esporle.

Fino all’estate del 1943 il mondo dell’arte riesce a mantenere una sorprendente vitalità. Gli antiquari continuano la loro attività, gli artisti lavorano negli studi, i collezionisti frequentano ancora gallerie e botteghe. È il segno di un ecosistema che cerca di preservare le proprie relazioni anche mentre il contesto storico si fa ogni giorno più incerto.

Nel frattempo, mentre la città vive una delle stagioni più difficili della propria storia, cominciano ad affacciarsi iniziative destinate a influenzare profondamente il futuro dell’arte romana. Nel 1942 Linda Chittaro apre la Galleria Lo Zodiaco, in via Gregoriana, uno spazio che negli anni successivi ospiterà artisti come Filippo de Pisis, Mario Mafai e Toti Scialoja, contribuendo a mantenere vivo il dialogo tra esperienze figurative differenti. L’anno successivo, nel 1943, Federico Valli fonda la Galleria La Margherita in via del Babuino, affidandone la direzione a Irene Brin e Gasparo del Corso. Sarà proprio quel luogo a diventare, nel dopoguerra, uno dei principali punti d’incontro dell’arte italiana e internazionale.

La nascita di queste gallerie mostra come la vita culturale della città non si interrompa con gli avvenimenti politici. Anche negli anni più difficili continuano a formarsi nuove relazioni, prendono corpo nuovi progetti e si preparano esperienze che troveranno pieno sviluppo soltanto dopo la fine del conflitto. Più che interrompersi, l’ecosistema artistico romano sembra modificare lentamente il proprio equilibrio, conservando una sorprendente capacità di rigenerazione.

Poi il tempo accelera.

Il 25 luglio cade il fascismo. L’8 settembre viene annunciato l’armistizio. Nel giro di poche settimane Roma entra in una dimensione completamente nuova. La guerra non è più un’eco lontana: diventa presenza quotidiana.

Una bambina ebrea continua a giocare come tutte le bambine della sua età. Ogni rumore improvviso, però, interrompe il gioco. Sa perché la sua famiglia vive nascosta. Senza bisogno di parole, la paura entra nella vita quotidiana della città.

Anche il mondo dell’arte risente progressivamente di questa trasformazione. Molti continuano il proprio lavoro, ma le relazioni costruite negli anni precedenti acquistano un significato nuovo. In alcuni casi diventano reti di fiducia, talvolta di protezione; la conoscenza reciproca assume un valore che va ben oltre quello professionale. L’attività artistica continua, ma ormai all’interno di un contesto   profondamente mutato, nel quale ogni relazione assume un significato nuovo.

È proprio in questa fase che appare con maggiore chiarezza una caratteristica degli ecosistemi artistico-culturali. La storia politica procede attraverso fratture improvvise, mentre il mondo dell’arte modifica più lentamente le proprie forme di relazione. I luoghi restano, molte persone sono le stesse, ma cambiano progressivamente le funzioni che ciascuno è chiamato a svolgere. È una trasformazione silenziosa, difficile da cogliere osservando soltanto la successione degli eventi, ma decisiva per comprendere ciò che accadrà negli anni successivi..

Nella primavera del 1944 Roma vive il momento più delicato della guerra.  La città sembra trattenere il respiro. Le truppe tedesche stanno ripiegando verso nord. Gli Alleati non sono ancora arrivati. Per alcune ore tutto appare sospeso, come se il tempo stesso attendesse di riprendere il proprio corso. Un carro armato tedesco attraversa lentamente una strada quasi deserta. I romani osservano in silenzio. Un ordine si sta dissolvendo mentre il successivo non ha ancora assunto una forma riconoscibile.

Quando la città torna lentamente alla normalità, molti dei protagonisti del mondo dell’arte sono ancora gli stessi. Sono cambiate, però, le relazioni che li uniscono e il contesto nel quale operano. Attorno alla rivista Cosmopolita si ritrovano Giuliano Briganti, Antonello Trombadori, Libero de Libero, Leonardo Sinisgalli e altri giovani studiosi, scrittori e artisti animati dal desiderio di ricostruire un dialogo culturale interrotto dalla guerra. Fra questi anche Alessandro Morandotti destinato a diventare nel dopoguerra uno dei principali protagonisti del collezionismo e della valorizzazione della pittura italiana del ‘600 e del’700 . Intorno a loro si raccolgono esperienze differenti, accomunate dalla volontà di restituire alla cultura romana un respiro europeo.

Anche le gallerie nate durante il conflitto iniziano ad assumere un ruolo sempre più importante. Lo Zodiaco e La Margherita diventano luoghi nei quali artisti, critici, collezionisti e intellettuali possono nuovamente confrontarsi. Le opere tornano al centro dell’attenzione, ma insieme ad esse riprendono forza quelle relazioni che costituiscono il tessuto più profondo di ogni ecosistema artistico-culturale.

Osservata da questa prospettiva, la vicenda dell’arte romana tra il 1942 e il 1945 racconta qualcosa che va oltre la cronologia della guerra. Le date segnano con precisione le trasformazioni della storia politica; gli ecosistemi artistico-culturali seguono invece un tempo più lento. Conservano luoghi, persone e istituzioni, mentre trasformano progressivamente le funzioni e le relazioni che li tengono insieme.

Forse è proprio questa la lezione che la Roma del periodo bellico continua ancora oggi a suggerire. La vitalità di un ecosistema culturale non dipende soltanto dalla stabilità delle istituzioni o dalla continuità degli eventi storici. Dipende soprattutto dalla capacità delle persone di mantenere vive le relazioni, di creare nuovi luoghi d’incontro e di trasmettere esperienze anche quando tutto sembra spingere nella direzione opposta.

Ed è probabilmente per questo che, terminata la guerra, Roma non dovette ricominciare da zero. Molti dei fili che avrebbero dato vita alla straordinaria stagione artistica del dopoguerra erano già stati intrecciati negli anni più difficili del conflitto, sotto i portici dei suoi palazzi, negli studi di Via Margutta, nelle sale delle gallerie e nelle pagine delle riviste che avevano continuato, con ostinazione, a credere nel valore della cultura.

 

Note

  •  Alessandro Morandotti fu tra gli antiquari più autorevoli della Roma del Novecento, la sua galleria costituì un punto d’incontro fra mercato, studio e collezionismo
  • Palma Bucarelli organizzò durante il conflitto il trasferimento di numerose opere dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna contribuendo alla loro salvaguardia
  • La rivista Cosmopolita rappresentò uno dei luoghi di ricostruzione del dialogo culturale romano nel secondo dopoguerra
  • La Galleria La Margherita, diretta da Irene Brin e Gasparo del Corso divenne uno dei principali centri dell’arte contemporanea italiana ed internazionale
  • La lettura dell’arte attraverso l’ecosistema artistico culturale privilegia le relazioni tra persone, istituzioni, luoghi e idee, oltre la semplice successione degli eventi

Per saperne di più

        * Palma Bucarelli,  Cronache indipendenti,  Mondadori

       * Maurizio Fagiolo dell’Arco, La Scuola Romana, De Luca editori d’Arte

       * Francesco Trombadori, Scritti sull’Arte, De Luca Editori d’Arte

       * Emily Braun, Mario Mafai and the Roman School, Yale University Press

       * Simonetta Fraquelli (ed) Twentieth-Century Italian art, Lund Humphries

 

 In apertura: Palazzo Massimo alle Colonne sede della Galleria di Morandotti

 

 

 

 

 

 

 

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