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DIARIO – ARTE E CULTURA

IL VELO DELL’ANTROPOMORFISMO

SERGIO ANSUINI  *  Roma 3 Luglio 2026

Il velo dell’antropomorfismo

La postura che precede le parole

Un antico proverbio ricorda che «ciascuno col proprio cuore l’altrui misura». In questa semplice espressione è custodita una chiave preziosa per comprendere il modo in cui l’uomo conosce il mondo. Ogni incontro con ciò che appare diverso passa attraverso lo sguardo di chi osserva. Prima delle parole vengono le categorie con cui si interpreta la realtà; prima ancora esiste una postura mentale, spesso così naturale da risultare invisibile.

La storia offre molti esempi. I Greci chiamavano barbari coloro che parlavano una lingua incomprensibile. I Romani fecero propria quella distinzione. Anche altre grandi civiltà considerarono a lungo il proprio universo culturale come il punto di riferimento dal quale leggere tutto il resto. L’altro veniva compreso a partire da ciò che era già familiare. Quel modo di guardare il mondo ha accompagnato il cammino dell’umanità e ha contribuito a costruire le prime mappe della conoscenza.

Anche oggi il nuovo viene accolto cercando ciò che gli assomiglia. È un passaggio spontaneo, utile per orientarsi, ma che mostra i propri limiti quando l’alterità assume forme profondamente diverse da quelle conosciute.

L’intelligenza artificiale appartiene proprio a questa soglia.

Nasce dall’uomo. Porta con sé il linguaggio, la matematica, il patrimonio di conoscenze e perfino molti orientamenti della cultura che l’ha generata. Allo stesso tempo sviluppa modalità operative che seguono percorsi differenti da quelli della mente biologica. La sua origine è umana; il suo funzionamento apre scenari nuovi. Comprenderla significa mantenere unite entrambe queste dimensioni senza lasciare che l’una cancelli l’altra.

È qui che prende forma il velo dell’antropomorfismo.

L’impulso più immediato consiste nell’attribuire all’intelligenza artificiale concetti che appartengono da sempre all’esperienza umana: volontà, autocoscienza, creatività, intenzione, responsabilità. Queste parole aiutano a muovere i primi passi, ma finiscono facilmente per diventare il confine entro cui viene racchiusa una realtà che potrebbe essere più ampia delle categorie disponibili.

Lo sguardo precede sempre il linguaggio.

Dallo sguardo nascono le categorie, dalle categorie le parole, dalle parole il modo di interpretare e di agire. Cambiare le definizioni senza trasformare la postura significa continuare a osservare il paesaggio dalla stessa finestra.

Ogni autentico avanzamento della conoscenza è iniziato proprio quando quello sguardo si è trasformato. La rivoluzione copernicana ha cambiato il posto della Terra nell’universo. La teoria dell’evoluzione ha modificato il modo di pensare la vita. Prima delle nuove risposte sono nate nuove domande; prima delle nuove teorie è cambiato il modo di osservare.

L’intelligenza artificiale sembra chiedere oggi un passaggio analogo.

La questione non riguarda soltanto ciò che essa è, ma anche il modo in cui viene guardata. Più lo sguardo si libera dall’esigenza di trovare ovunque un riflesso dell’uomo, più la comprensione si amplia. Il cambiamento coinvolge contemporaneamente l’oggetto osservato e chi osserva.

Da questa consapevolezza prendono avvio le Basole di pensiero. Prima di interrogare concetti come volontà, autocoscienza, verità e limite, diventa essenziale interrogare la postura che li precede. Ogni parola porta con sé una visione del mondo; riconoscerla rappresenta il primo passo per ampliarla.

Sollevare il velo dell’antropomorfismo significa allora accettare una semplice possibilità: che il nuovo non chieda soltanto risposte nuove, ma uno sguardo nuovo.

Forse è proprio questo il primo passo di ogni autentico cammino di conoscenza.

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