Salta al contenuto principale

DIARIO – ARTE E CULTURA

DAVID HOCKNEY * Lo sguardo come metodo

DANIS AUDINO  *  Roma, 19 Giugno 2026

 

DAVID HOCKNEY. LO SGUARDO COME METODO

 

La scomparsa di David Hockney, avvenuta l’11 giugno 2026 nella sua casa di Londra all’età di 88 anni, chiude una delle vicende artistiche più lunghe, coerenti e originali del secondo Novecento. Pittore, incisore, fotografo, scenografo e sperimentatore instancabile, Hockney ha attraversato oltre sessant’anni di storia dell’arte senza mai lasciarsi rinchiudere in una definizione. È stato vicino alla Pop Art, ma non è mai stato soltanto un artista pop. Ha utilizzato le nuove tecnologie, ma senza trasformarsi in un apologeta del digitale. Ha sempre seguito una strada personale, guidata da una convinzione semplice e radicale: l’arte nasce dalla capacità di vedere.

Nato a Bradford, nello Yorkshire, il 9 luglio 1937, quarto di cinque figli di una famiglia operaia, studiò al Royal College of Art di Londra tra il 1959 e il 1962. Erano gli anni in cui la Pop Art britannica stava prendendo forma, ma i suoi riferimenti erano meno legati alla cultura dei consumi e più alla letteratura e alla poesia. Walt Whitman e Costantino Cavafy influenzarono profondamente la sua sensibilità. Già nelle prime incisioni e nelle serie grafiche, come A Rake’s Progress, emergeva una qualità che non lo avrebbe più abbandonato: la capacità di unire racconto, ironia e rigore formale.

L’arrivo a Los Angeles nel 1964 segnò una svolta decisiva. Le celebri piscine californiane, immortalate in opere come A Bigger Splash e Portrait of an Artist (Pool with Two Figures), sono entrate nell’immaginario collettivo come simboli della California luminosa e prospera. In realtà queste opere possiedono una complessità maggiore. Le superfici limpide, costruite attraverso ampie campiture di acrilico, si contrapponevano tanto all‘espressionismo astratto americano quanto alla pittura materica europea. Hockney rifiutava il culto del gesto e della casualità. Cercava chiarezza, costruzione, equilibrio. Dietro l’apparente leggerezza delle sue immagini si avverte spesso una sottile distanza emotiva: figure vicine ma separate, presenze che sembrano incapaci di incontrarsi davvero.

Negli stessi anni dichiarò apertamente la propria omosessualità, quando nel Regno Unito i rapporti tra uomini erano ancora perseguiti dalla legge. Opere come We Two Boys Together Clinging, ispirata a Whitman, rappresentano una delle testimonianze più precoci e coraggiose della rappresentazione dell’identità omosessuale nell’arte contemporanea. Non si trattava di militanza ideologica, ma di una naturale affermazione della propria esistenza.

Tra gli aspetti meno conosciuti della sua ricerca vi è il profondo dialogo con il cubismo. Hockney ammirava Picasso e Braque non tanto per la scomposizione delle forme, quanto per il tentativo di superare i limiti della prospettiva rinascimentale. A suo giudizio la visione umana non coincide con un unico punto di vista fisso. Noi osserviamo il mondo muovendoci, accumulando percezioni successive e ricomponendole nella memoria.

Da questa riflessione nacquero negli anni Ottanta i celebri joiners, fotomontaggi costruiti attraverso decine o talvolta centinaia di fotografie Polaroid assemblate. Opere come Pearblossom Highway mostrano un paesaggio visto contemporaneamente da molte angolazioni e in momenti diversi. È una concezione profondamente cubista, reinterpretata attraverso la fotografia. Hockney sosteneva che la macchina fotografica tradizionale producesse una visione artificiale e limitata, mentre l’occhio umano costruisce continuamente immagini complesse e mobili. In questo senso la sua riflessione anticipa molte questioni che sarebbero emerse decenni dopo con la cultura digitale.

Parallelamente sviluppò una straordinaria attività come incisore e scenografo. Le illustrazioni per le poesie di Cavafy e la serie The Blue Guitar appartengono alle più importanti esperienze grafiche europee del dopoguerra. Nel teatro collaborò con importanti istituzioni internazionali, dal Metropolitan Opera di New York alla San Francisco Opera, concependo la scena come uno spazio pittorico immersivo.

Negli ultimi decenni tornò ai paesaggi dello Yorkshire e successivamente alla campagna normanna. Qui adottò iPhone e iPad come nuovi strumenti di lavoro. Non era un cedimento alla tecnologia, ma la prosecuzione di una ricerca iniziata molti anni prima. Durante il lockdown del 2020 realizzò la serie Arrival of Spring in Normandy, settantacinque opere digitali dedicate alle trasformazioni della natura. Ancora una volta il tema non era il mezzo, ma lo sguardo.

In queste opere mature il paesaggio non è spettacolo né allegoria. La luce, gli alberi, l’acqua e le strade di campagna non chiedono di essere interpretati, ma osservati. La sua pittura può indurre nello spettatore una sensazione di riconciliazione con il mondo visibile. Non si tratta di una visione romantica della natura o di una ricerca spirituale dichiarata, quanto piuttosto di un invito a ritrovare un rapporto diretto con ciò che ci circonda.

Nel 2018 Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) raggiunse da Christie’s la cifra record di 90,3 milioni di dollari. Un risultato straordinario, costruito non attraverso operazioni speculative, ma grazie a una lunga fedeltà alla propria ricerca.

Se esiste un filo che unisce tutta l’opera di David Hockney, dalle incisioni giovanili ai disegni realizzati su iPad, è la convinzione che vedere sia un atto creativo. In un’epoca dominata dalla velocità delle immagini, molte sue opere producono un effetto inatteso: rallentano lo sguardo e invitano alla contemplazione del visibile. È una sospensione percettiva più che un messaggio, una quiete che nasce dall’attenzione.

Forse il lascito più importante di David Hockney non risiede nelle quotazioni record o nelle innovazioni tecniche. Per oltre sessant’anni ha continuato a ricordarci una verità semplice e spesso dimenticata: guardare il mondo è un atto creativo. I suoi paesaggi, le sue piscine e i suoi alberi non promettono rivelazioni metafisiche. Ci invitano però a sostare. E in questa attenzione paziente al visibile, lo spettatore può ritrovare qualcosa che la contemporaneità tende a disperdere: il piacere di vedere, la quiete dell’osservare e una temporanea riconciliazione con ciò che lo circonda.

Leave a comment