Salta al contenuto principale

DIARIO – ARTE E CULTURA

JANNIS KOUNELLIS: IL GRECO DI ROMA CHE CONQUISTÒ IL MONDO

 

NERIO SANGIUSI | ROMA, 15 MAGGIO 2026

Nato in Grecia, al Pireo nel 1936, Jannis Kounellis arrivò a Roma il primo gennaio del 1956 — una data, amava ripetere, che non si scorda. Aveva vent’anni e parlava poco italiano. Si iscrisse all’Accademia di Belle Arti, studiò con Toti Scialoja, e Roma divenne per sempre la sua città per una scelta profonda, quasi ideologica. Lì rimase a vivere e lavorare per il resto della sua vita, fino alla morte nel 2017.

(Jannis Kounellis)

L’Italia lo formò e lo consacrò. Nel 1969, alla Galleria L’Attico di Roma, presentò la celebre installazione Cavalli: dodici cavalli vivi legati alle pareti, in uno scontro ideale tra natura e cultura nel quale il ruolo dell’artista si riduceva a quello di un operaio, quasi uomo di fatica. Fu un gesto che scosse il mondo dell’arte e che rimane ancora oggi uno dei manifesti più potenti dell’Arte Povera — quel movimento teorizzato da Germano Celant di cui Kounellis divenne una delle figure di punta, esponendosi per la prima volta nell’ambito del movimento nel 1967 alla Galleria La Bertesca di Genova. Ferro, piombo, lana, fuoco, carbone, animali: materiali estratti dalla realtà, presentati con una forza che aveva qualcosa di antico e insieme di radicalmente contemporaneo.

(I 12 cavalli di Kounellis)

La sua presenza nel tessuto culturale italiano fu costante e capillare. Dalle grandi istituzioni — il MAXXI di Roma, la Reggia di Caserta con la collezione Terrae Motus — fino alle gallerie più sperimentali, Kounellis lasciò il segno ovunque. La sua opera non si lasciava rinchiudere nelle sale: invadeva gli spazi, li trasformava, costringeva lo spettatore a diventare parte dell’installazione stessa. C’era in questo qualcosa che rimandava a un modo di essere nel mondo: Kounellis non credeva nel possesso dello spazio, ma nella sua condivisione. Lo dimostrava anche fuori dalle gallerie. Aveva una casa in Grecia, sul mare, grande e piena di stanze. La teneva sempre aperta — non solo quando c’era lui, ma soprattutto in sua assenza. Amici e artisti, potevano arrivarci, soggiornare, abitarla senza che lui fosse presente. Era la stessa logica delle sue installazioni: lo spazio non appartiene a chi lo detiene, ma si compie solo quando viene attraversato dagli altri.

(Jannis Kounellis, Z-44, 1960)

Ma l’Italia non fu mai un confine. Nel 1993 Kounellis incontrò l’artista americano David Hammons all’American Academy di Roma, dove i due esposero insieme nei giardini di Villa Aurelia. Fu l’inizio di un’amicizia profonda, fondata su una visione comune: quella di chi sceglie pochi materiali, quelli che tutti hanno sotto gli occhi e quasi non vedono, per parlare delle strutture e delle ingiustizie del mondo. Nati a sette anni e ottomila chilometri di distanza l’uno dall’altro, rimasero vicini per il resto della loro vita.

Più di trent’anni dopo quella prima mostra condivisa, le opere dei due  sono  di nuovo insieme. White Cube ha presentato a New York una mostra che riunisce lavori chiave di entrambi dagli anni Cinquanta in avanti, celebrando la loro amicizia e una comune intelligenza dei materiali.

(David Hammons and Jannis Kounellis presso White Cube New York)

È la prima esposizione congiunta dopo oltre trent’anni. Un incontro postumo, nel caso di Kounellis, ma non per questo meno vivo: le sue opere parlano ancora con la stessa urgenza, la stessa densità materica, lo stesso rifiuto di ogni compiacenza estetica.

Kounellis è morto a Roma il 16 febbraio 2017 ed è sepolto, per sua volontà, nel cimitero acattolico di Testaccio — dove John Keats e Percy Bysshe Shelley dormono all’ombra della Piramide Cestia. Roma, ancora. La città che aveva scelto a vent’anni, il primo giorno dell’anno.

Leave a comment